Quando ciò che possiedi finisce per possederti

Il sussidio vocazionale “Tu cosa doni?” di ottobre parte dall’incontro tra Gesù e il giovane ricco per interrogare desideri, libertà e scelte di vita
Il sussidio vocazionale “Tu cosa doni?” di ottobre parte dall’incontro tra Gesù e il giovane ricco per interrogare desideri, libertà e scelte di vita

C’è una domanda capace di rovesciare la prospettiva con cui siamo abituati a guardare ciò che abbiamo: “Che cosa possiedi, che in verità ti possiede?”. È il filo conduttore del numero di ottobre 2026 di Tu cosa doni?, il sussidio vocazionale del Centro Diocesano Vocazioni dell’Arcidiocesi Metropolitana di Catanzaro-Squillace. Il percorso, pensato all’interno dell’anno 2026-2027, propone quattro passaggi: Leggi, Prega, Ascolta, Agisci.

Il punto di partenza è il Vangelo secondo Marco e l’incontro tra Gesù e l’uomo ricco. Una pagina evangelica conosciuta, ma riletta da una prospettiva precisa: non tanto stabilire quanto una persona possieda, quanto piuttosto comprendere quale spazio le cose occupino nella sua libertà.

Nel racconto evangelico un uomo corre incontro a Gesù e gli domanda che cosa debba fare per avere in eredità la vita eterna. Ha osservato i comandamenti fin dalla giovinezza e, apparentemente, possiede già tutti i requisiti per sentirsi soddisfatto. Ma Gesù, dopo averlo guardato e amato, gli indica ciò che ancora manca: vendere quello che possiede, darlo ai poveri e seguirlo.

È proprio qui che il racconto cambia tono. L’uomo se ne va rattristato perché possiede molti beni. La questione, suggerisce la meditazione del sussidio, non coincide semplicemente con la ricchezza materiale. Il nodo più profondo riguarda ciò da cui una persona non riesce a separarsi, anche quando quella rinuncia potrebbe aprire una strada nuova.

La domanda diventa allora personale: che cosa custodiamo al punto da non riuscire più a lasciarla andare? Può essere un bene, ma anche una sicurezza, un progetto già deciso, un riconoscimento, un ruolo o l’immagine che abbiamo costruito di noi stessi. Il testo conduce così dalla domanda sul possesso a quella sulla libertà.

Nel percorso proposto, lo sguardo di Gesù precede la richiesta. Prima della rinuncia c’è infatti una relazione: Gesù guarda quell’uomo e lo ama. Il “vieni e seguimi” non arriva dunque come una sottrazione fine a se stessa, ma come l’invito a spostare il centro della propria vita.

La meditazione insiste su un passaggio decisivo: il problema dell’uomo non è soltanto ciò che possiede, ma il fatto che quei beni diventano una porta troppo stretta per attraversare il cambiamento. Da qui nasce la domanda del mese proposta dal sussidio: “Che cosa possiedi, che in verità ti possiede? E che cosa ti manca, perché Gesù possa dirti ‘vieni’?”

Non è dunque un invito a disprezzare ciò che si ha. È piuttosto un esercizio di discernimento: distinguere ciò che serve da ciò che trattiene, ciò che accompagna da ciò che governa silenziosamente le decisioni.

La seconda tappa del percorso è affidata alla preghiera. Il sussidio propone il Santo Rosario per le vocazioni, accompagnando i diversi misteri con intenzioni legate alla chiamata, al servizio, al discernimento e alla disponibilità verso Dio.

La preghiera diventa così parte integrante della ricerca vocazionale. Non offre una risposta automatica, ma crea uno spazio nel quale imparare ad ascoltare. L’intenzione attraversa le differenti forme di vocazione cristiana, chiedendo la capacità di riconoscere la propria strada e il coraggio di percorrerla. Le pagine dedicate al Rosario associano i misteri gaudiosi, luminosi, dolorosi e gloriosi a brevi meditazioni sulla disponibilità, sul dono di sé e sulla fedeltà alla chiamata.

Alla riflessione evangelica si affianca poi una voce concreta. La sezione “Ascolta” raccoglie la testimonianza di fra Gianluigi Quintieri, frate minore, che racconta il proprio cammino verso la vita consacrata.

Il titolo scelto per la sua esperienza è già una dichiarazione: “Di quella gioia non ne avevo, ma la volevo”. Il racconto non presenta la vocazione come un’intuizione improvvisa e perfettamente limpida. Emergono invece incontri, esperienze, esitazioni, studio, vita universitaria e un discernimento maturato nel tempo.

Nelle pagine della testimonianza la vocazione appare soprattutto come un percorso nel quale alcuni avvenimenti, inizialmente difficili da interpretare, acquistano significato solo successivamente. Fra Gianluigi racconta anche la scoperta di una gioia osservata nella vita di altri frati e diventata progressivamente una domanda personale. Il cammino conduce poi al noviziato, alla professione temporanea e infine alla professione perpetua.

È un racconto che restituisce al discernimento una dimensione concreta: non una formula da risolvere, ma una storia da leggere mentre accade.

L’ultima parte del sussidio traduce la riflessione in attività. “Solo una cosa” invita ragazzi e gruppi a interrogarsi su ciò che considerano davvero importante.

Tra le proposte compare l’esercizio delle tre coppe, oro, argento e bronzo, attraverso cui classificare alcune realtà della propria vita: ciò che appare indispensabile, ciò che è prezioso ma non irrinunciabile e ciò che è utile o desiderabile. Il passaggio successivo consiste nel confronto: capire se alcune priorità possano cambiare posto.

Un altro esercizio utilizza simbolicamente diversi tipi di occhiali per riflettere sul modo in cui ciascuno guarda se stesso e il mondo. L’obiettivo non è produrre una graduatoria perfetta, ma rendere visibili quelle priorità che spesso guidano le scelte senza essere mai state realmente nominate.

Il numero di ottobre di Tu cosa doni? evita di trasformare il tema vocazionale in una ricerca immediata di risposte. Fa qualcosa di precedente e forse più impegnativo: consegna una domanda.

Prima di chiedersi quale strada percorrere, occorre comprendere quanto si è liberi di percorrerla. Prima ancora di decidere cosa donare, bisogna riconoscere ciò che non si riesce a lasciare.

È qui che la provocazione evangelica conserva tutta la sua forza: alcune cose sono nelle nostre mani, altre finiscono lentamente per tenerci nelle loro. Accorgersi della differenza può diventare l’inizio di una scelta.

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