La Renault rossa e la verità sigillata

Vedere da vicino la Renault rossa – quella Renault rossa che ha custodito, in un bagagliaio non solo il corpo dell’ultimo grande statista della Repubblica italiana, ma anche la storia di una nazione – mi ha profondamente scosso.

Quell’auto, muta testimone del 1978, racconta di un’Italia che aveva provato a rialzarsi dal disastro del dopoguerra e che, proprio nel momento in cui cercava una nuova maturità democratica, ha visto spezzarsi la propria speranza.

Aldo Moro aveva compreso prima di tutti che un’epoca si stava chiudendo, che il sistema politico stava entrando in crisi, che gli equilibri internazionali erano fragili, precari, destinati a mutare. Aveva intuito che l’Italia, l’Europa, il mondo intero avevano bisogno di nuove prospettive, di un pensiero politico capace di coniugare libertà e giustizia, fede e dialogo, verità e carità.

Molti lo avevano capito Moro.
E per questo hanno pensato bene di liberarsene.
Non le Brigate Rosse soltanto.
Non solo le Brigate Rosse.

In quel cofano della Renault rossa, il sistema politico di allora ha rinchiuso e sigillato non soltanto un uomo, ma un modo di concepire la politica come servizio, dialogo e ricerca del bene comune.

Lì dentro è rimasta secretata anche una parte della nostra coscienza civile: quanto è emerso dai tanti processi ci ha restituito “una” verità, ma non “la” verità.

Per questo, stamattina quel bagagliaio l’ho visto chiuso e non aperto.
Secretato, sigillato, dopo essere stato violentato.

Come la verità, ogni volta che è sacrificata al potere.

Eppure, come scriveva Aldo Moro: «Quando si dice la verità non bisogna dolersi di averla detta: la verità è sempre illuminante».

La verità illumina ancora, anche quando è costretta al silenzio.

Sta a noi – cittadini, credenti, educatori – non lasciare che quella luce resti rinchiusa per sempre in un cofano di ferro, ma che torni a brillare come coscienza viva e memoria attiva di un Paese che ha ancora bisogno di salvezza.