Una ferita che interpella tutti

Di fronte alle ferite lasciate dal ciclone Harry nel quartiere Lido di Catanzaro e lungo il litorale jonico, il primo sentimento non può che essere quello della vicinanza. Vicinanza concreta, partecipe, a chi ha visto il proprio lavoro travolto dall’acqua e dal fango, a famiglie che dal sacrificio quotidiano traggono il necessario per vivere. Quando l’economia di un territorio si arresta all’improvviso, il danno non si misura solo in cifre: è una ferita che tocca la dignità, la speranza, il futuro delle persone.

Eppure, proprio nel cuore di questa prova, sono affiorati segni che parlano al Vangelo della fraternità. In mezzo al disastro hanno camminato e continuano a camminare gli “angeli del fango”, uomini e donne che senza clamore hanno scelto di esserci. Una catena silenziosa di solidarietà, fatta di mani che aiutano, di tempo donato, di sguardi che si incrociano e si riconoscono. Accanto a loro, il servizio instancabile dei vigili del fuoco, della protezione civile e, infine, delle forze dell’ordine, presidio di sicurezza e sostegno nelle ore più difficili, quando lo smarrimento rischiava di prendere il sopravvento.

Ma quanto accaduto non può essere consegnato in fretta all’archivio delle emergenze. Eventi come questi chiamano tutti a una riflessione condivisa. La cura del territorio, la tutela del lavoro e dell’ambiente sono scelte necessarie per custodire la persona e promuovere il bene comune.

La Chiesa che è in Catanzaro-Squillace, dunque, si sente interpellata da quanto accaduto e affida alla preghiera le persone e le famiglie colpite, accompagnando questo dolore con una parola che richiama alla responsabilità condivisa. Perché da questa ferita, dolorosa e ancora aperta, possa nascere una coscienza più vigile e un impegno più serio e lungimirante. Solo così il fango non avrà l’ultima parola e la prova potrà trasformarsi in occasione di rinascita per tutta la comunità.