Nel corso dei secoli, il connubio tra arte e fede ha prodotto un’incessante rappresentazione del sacro. La venerazione per le opere religiose si diffonde nel IV secolo, alla fine delle persecuzioni, quando le basiliche dedicate agli eroici testimoni della fede furono innalzate.
La svolta post-tridentina: arte per la devozione
È dopo il Concilio di Trento (1545-63) – quando si decise di indurre alla meditazione, proponendo raffigurazioni fortemente suggestive – che le statue dei santi e il loro culto si impongono nelle chiese dando titolo a relative cappelle quasi sempre finanziate da benefattori. Si inizia così a dipingere e a scolpire in una chiave di libera interpretazione, sulla scia del modello che Dio ha offerto: la creatura umana.
Il legno come linguaggio sacro: nasce la bottega Drosi
I signori della scultura lignea in Calabria sono stati indubbiamente i Drosi. Una storia, la loro, iniziata a Satriano, intorno alla metà del 1800, con l’abilità di Nicola (1817-1901), il capostipite della pratica che ha trasformato la propria esistenza, e quella del figlio Pietro (1847-1929) e del nipote Michelangelo (1876-1969), in una grande opera di bellezza. I Drosi sono stati per tre generazioni esperti nella produzione di sculture policrome, a grandezza naturale, con le espressioni rapite dall’estasi, differenti dai canonici ritratti dei mistici sfumati nel castigo e nella penitenza.
Il legno: materiale semplice, significato profondo
Maestri di un progresso stilistico che ha oltrepassato la tradizione iconografica, i rivoluzionari santari calabresi hanno eternato nel legno dei loro manufatti un’umanità estrapolata dalla dimensione quotidiana nella quale ogni osservatore – perfino coloro che faticavano ad avvertire il fascino puro e discreto della borghesia divina – potevano riconoscersi. Per i loro angeli, santi e Madonne di raro incanto, i Drosi scelsero il materiale sostenibile per eccellenza, facilmente reperibile nei boschi e non impossibile da portare a spalla: il legno.
Capolavori d’arte sacra in Calabria
Espressioni della loro grandeur – giusto per citarne qualcuna – sono la statua della Madonna della Luce (Palermiti) e quelle dei Santi Cosma e Damiano (Riace), Santa Barbara (Amaroni), Sant’Onofrio (Centrache), Santa Lucia (Chiaravalle Centrale), San Biagio (Gimigliano) e il gruppo scultoreo dell’Annunciazione (Andali).
Simulacri parlanti e reliquie: il cuore della devozione popolare
Fra tutti i manufatti dell’atlante iconografico della bottega Drosi, però, sono i simulacri antropomorfi a detenere il ruolo centrale nella pietà popolare, poiché maggiormente “parlanti”: San Pantaleone (Montauro), San Felice (Montepaone), Sant’Innocenzo (Gasperina), San Giusto (Palermiti), San Leonardo (Borgia) e San Gregorio (Stalettì).
La pratica delle reliquie in essi riposte – in un incavo ricavato nel dorso o nel petto – fu creduta dalla devozione popolare un mezzo per dare sembianze umane ai resti corporei dei santi. Si propagò così nelle chiese la consuetudine di avere una figura lignea a mezzobusto nella quale custodire i frammenti connessi alla figura sacra, portati dall’Oriente dai monaci fuggiti dalle persecuzioni e dalla furia iconoclasta.
Estetica teologica e immaginazione: l’eredità dei Drosi
Opere, dunque, la cui funzione era quella di materializzare l’aura celeste dei soggetti rappresentati, specie durante le solenni processioni votive: momento in cui i manufatti, percorrendo il territorio, assicuravano protezione e benevolenza. Orgogliosi quanto i pittori del Cinquecento desiderosi di mostrare quanto con le loro pennellate pastose riuscivano a scandire quadri di raro incanto, Nicola, Pietro e Michelangelo Drosi sono stati ambasciatori di un’estetica teologica capace di promuovere la potenza immaginativa e sancire il diritto e il dovere dell’arte di rappresentare la bellezza della fede.
Domenico Marcella