Ad Assisi il XXX Convegno nazionale della Comunità del Diaconato. Tra i partecipanti anche il diacono Francesco Severino, in rappresentanza dell’Arcidiocesi di Catanzaro-Squillace.
Non un semplice convegno di studio, ma un laboratorio ecclesiale nel quale rileggere il presente e immaginare il futuro del diaconato. Dal 3 al 6 agosto Assisi ha ospitato il XXX Convegno nazionale della Comunità del Diaconato in Italia, dedicato al tema «Nel segno di Francesco d’Assisi amante dei poveri: nuove sfide per la diaconia e per il diaconato».
Circa 120 diaconi, insieme alle loro spose, a vescovi e delegati provenienti da diverse diocesi italiane, si sono ritrovati nella città di san Francesco per confrontarsi sul futuro del ministero diaconale in una società attraversata da nuove povertà e da fragilità sempre più complesse.
Tra i partecipanti anche il diacono Francesco Severino, in rappresentanza dell’Arcidiocesi di Catanzaro-Squillace, che ha preso parte alle giornate di confronto e di preghiera e ha inoltre prestato servizio liturgico durante la Santa Messa presieduta dal Santo Padre Leone XIV.
Dall’altare alle ferite dell’uomo
I lavori si sono aperti sotto la guida di Enzo Petrolino, presidente della Comunità del Diaconato, con la prolusione di mons. César Essayan, Vicario Apostolico Latino in Libano. La sua testimonianza ha dato immediatamente all’incontro un respiro che ha superato i confini italiani, portando ad Assisi la voce di una Chiesa che vive quotidianamente dentro le ferite della guerra e della sofferenza.
Il messaggio è apparso chiaro: la diaconia non può essere confinata negli spazi ecclesiali né ridotta a una funzione organizzativa. Il diacono è chiamato ad abitare i luoghi nei quali la dignità dell’uomo è più esposta e la speranza più fragile.
La preghiera iniziale, presieduta da mons. Stefano Manetti, ha ricondotto questa vocazione alla sua sorgente evangelica ed eucaristica: dall’adorazione nasce il servizio e dall’incontro con Cristo nasce la capacità di riconoscerlo nel volto dei fratelli.
Francesco, un “diacono in uscita”
Uno dei momenti centrali del Convegno è stato affidato a padre Giulio Michelini, che ha proposto una rilettura della spiritualità diaconale di san Francesco.
Il Poverello d’Assisi, ordinato diacono tra il 1208 e il 1213, è stato presentato non come un’immagine distante o semplicemente devozionale, ma come un vero “diacono in uscita”: custode della Parola e del Creato, uomo della pace e soprattutto fratello degli ultimi.
Proprio il rapporto con i poveri ha attraversato come un filo rosso le giornate assisane. Dai lavori è emersa la necessità di un cambiamento di prospettiva: il povero non può essere considerato soltanto destinatario dell’assistenza, ma soggetto capace di interrogare ed evangelizzare la stessa comunità cristiana.
Come accadde a Francesco nell’incontro con il lebbroso, è nell’abbraccio con chi è ai margini che può avvenire una trasformazione dello sguardo. La carità cristiana, perciò, non si limita a dare qualcosa, ma riconosce dignità, restituisce voce e crea relazioni.
La diaconia entra nella città
Il Convegno ha affrontato anche il rapporto tra ministero diaconale e grandi questioni sociali del nostro tempo. Don Bruno Bignami ha posto l’attenzione sul mondo del lavoro, sulle periferie e sulle nuove marginalità; Chiara Mercuri ha richiamato la forza di Francesco quale “diacono di pace”; don Sergio Massironi ha approfondito il tema della “diaconia politica” e della presenza del diacono nella sfera pubblica e civile.
Una prospettiva che invita a superare una concezione della carità limitata alla risposta alle emergenze. Servire significa anche interrogarsi sulle cause dell’esclusione e contribuire alla costruzione di una società più giusta.
Il diacono diventa così uomo di frontiera, chiamato a tenere insieme l’altare e la strada, la celebrazione e la vita quotidiana, la comunità ecclesiale e la polis.
Le esperienze concrete delle diocesi
A dare concretezza alle riflessioni sono state le testimonianze provenienti dalle Chiese locali. Nei gruppi di lavoro sono state condivise esperienze già attive sul territorio: fondi per il lavoro destinati a disoccupati e immigrati, corsi di alfabetizzazione e di lingua italiana, progetti di accoglienza abitativa, sostegno alle famiglie dei degenti ospedalieri, servizi per gli indigenti, centri di ascolto, accompagnamento spirituale, presenza nelle carceri e nelle case di cura.
La celebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo-vescovo di Assisi, mons. Felice Accrocca, ha ulteriormente sottolineato come la carità pastorale non possa rimanere un gesto isolato, ma debba diventare cultura, giustizia e possibilità di riscatto sociale.
Un diaconato che non si misura dal “fare”
Le conclusioni hanno raccolto il senso più profondo delle giornate di Assisi. La restituzione dei gruppi di lavoro ha mostrato una realtà diaconale viva e desiderosa di sottrarsi a ogni deriva clericale.
Negli interventi conclusivi, don Calogero Cerami ed Enzo Petrolino hanno consegnato il messaggio finale ribadendo una convinzione decisiva: il diacono non si definisce semplicemente attraverso ciò che fa, ma attraverso ciò che è, segno trasparente di Cristo Servo.
È forse questa la consegna più importante che arriva da Assisi. Il diaconato non nasce per occupare spazi o moltiplicare funzioni, ma per rendere visibile nella Chiesa quella forma evangelica del servizio che conduce inevitabilmente verso chi rimane ai margini.
Dall’Eucaristia alla strada, dalla Parola alle ferite dell’uomo, dalla liturgia alla carità: è qui che il diacono ritrova la verità della propria vocazione.
E proprio da Assisi riparte una domanda che riguarda non soltanto i diaconi, ma l’intera comunità ecclesiale: siamo ancora capaci di riconoscere nei poveri dei veri maestri del Vangelo?