Il volto di Dio sulla croce

A Squillace il secondo incontro del Corso biblico diocesano con fra Filippo Campolo
A Squillace il secondo incontro del Corso biblico diocesano con fra Filippo Campolo

Chi è davvero Gesù? E perché il Figlio di Dio deve attraversare la sofferenza e la morte? Sono interrogativi che accompagnano da sempre la riflessione cristiana e che hanno costituito il filo conduttore del secondo appuntamento del Corso biblico promosso dall’Arcidiocesi Metropolitana di Catanzaro-Squillace, svoltosi presso la chiesa di San Nicola Vescovo a Squillace (CZ).

A guidare l’approfondimento è stato fra Filippo Campolo, francescano, biblista formatosi al Pontificio Istituto Biblico di Roma e docente di Sacra Scrittura, che ha proposto una lettura esegetica e teologica di uno dei passaggi decisivi del Vangelo di Marco: la confessione di Pietro e il primo annuncio della Passione (Mc 8,27-33).

«Ma voi, chi dite che io sia?». È la domanda che Gesù rivolge ai discepoli lungo la strada verso Cesarea di Filippo. Pietro risponde senza esitazione: «Tu sei il Cristo». Una professione di fede importante, ma ancora incompleta.

Fra Filippo Campolo ha collocato questo episodio nel cuore della struttura narrativa del Vangelo di Marco, individuandovi lo spartiacque tra la prima parte, caratterizzata dai miracoli, dalle guarigioni e dall’annuncio del Regno, e la seconda, nella quale Gesù prepara progressivamente i discepoli allo scandalo della croce.

La risposta di Pietro segna il passaggio da una conoscenza indiretta di Gesù, fondata sulle opinioni della gente, a una professione personale. Ma riconoscere il Messia non significa ancora comprenderne la missione.

Pietro ha intuito chi sia Gesù, ma non ha ancora accettato il modo in cui egli intende realizzare la salvezza.

È proprio l’annuncio della Passione a provocare la crisi. Gesù parla apertamente della sofferenza, del rifiuto, della morte e della risurrezione. Pietro reagisce cercando di distoglierlo da quel destino.

Nella lettura proposta da Campolo, la croce non rappresenta un incidente di percorso né una sconfitta imprevista. Essa appartiene al mistero della salvezza e manifesta una logica radicalmente diversa da quella del potere umano.

La necessità della Passione, espressa nel testo evangelico attraverso il verbo greco che indica il «dovere», non va interpretata come una decisione arbitraria di Dio che esige la sofferenza. La croce rivela piuttosto fino a dove può arrivare l’amore divino per raggiungere un’umanità segnata dal peccato e dalla durezza del cuore.

È qui che il tema del dolore di Dio incontra il mistero della croce: non nella celebrazione della sofferenza, ma nella rivelazione di un amore che non abbandona l’uomo neppure quando questi rifiuta e condanna.

Il Messia annunciato da Marco non impone la propria forza attraverso la violenza, ma manifesta la potenza della salvezza nel dono totale di sé.

Particolarmente significativa è stata l’attenzione riservata al verbo evangelico che descrive il rifiuto di Gesù. Il Figlio dell’uomo deve essere respinto dalle autorità religiose, giudicato e condannato.

Il riferimento richiama l’immagine biblica della pietra scartata dai costruttori e divenuta pietra d’angolo.

Lo scarto non è soltanto un gesto impulsivo. È il risultato di un giudizio attraverso il quale qualcuno viene considerato inutile, sacrificabile, privo di valore.

In questa prospettiva, la Passione rivela anche il dramma di un’umanità capace di rifiutare proprio colui che viene a salvarla. Una riflessione che conserva una forte attualità in una società nella quale troppo spesso la fragilità, la sofferenza e la marginalità diventano ragioni di esclusione.

Il rimprovero di Gesù a Pietro, «Va’ dietro a me, Satana!», costituisce uno dei momenti più intensi del racconto.

Non si tratta semplicemente di una condanna dell’apostolo, ma di un richiamo alla sua identità di discepolo. Pietro, che vorrebbe indicare al Maestro una strada diversa, è invitato a ritornare al proprio posto: dietro Gesù, non davanti a lui.

Campolo ha approfondito questo passaggio collegandolo alla guarigione del cieco di Betsaida, narrata immediatamente prima. Come quell’uomo recupera la vista gradualmente, così Pietro deve attraversare un cammino di maturazione della fede.

La sua professione a Cesarea è autentica, ma non ancora pienamente illuminata dal mistero pasquale. Sarà il centurione, ai piedi della croce, a pronunciare la confessione che porta a compimento il percorso narrativo di Marco: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».

La riflessione è approdata così al significato della sequela cristiana. Prendere la propria croce non significa ricercare il dolore, ma imparare a vivere secondo la logica del Vangelo, superando la tentazione del dominio, dell’affermazione personale e della rivalsa.

Nel contesto di Cesarea di Filippo, segnato dai simboli del potere imperiale e dalle attese di liberazione del popolo d’Israele, l’annuncio di un Messia destinato alla crocifissione assume una forza ancora più dirompente.

Gesù capovolge le aspettative: non salva eliminando i nemici, ma donando la propria vita.

Il secondo incontro del Corso biblico diocesano ha offerto così un’occasione per riscoprire la profondità del Vangelo di Marco e interrogarsi sulla qualità della propria fede. Perché la domanda decisiva non è soltanto riconoscere Gesù come Cristo, ma comprendere quale Cristo siamo disposti a seguire.

È proprio davanti alla croce che la fede è chiamata a passare dall’entusiasmo alla maturità, dalle aspettative umane alla scoperta di un Dio che fa dell’amore donato la strada della salvezza.