E se Francesco tornasse davvero? Che cosa direbbe a una società attraversata da conflitti, solitudini, disuguaglianze e nuove forme di povertà? E soprattutto, quale accoglienza troverebbe in una Chiesa chiamata continuamente a misurare la distanza tra il Vangelo annunciato e quello vissuto?
Sono gli interrogativi che hanno accompagnato la presentazione del volume E se tornasse Francesco? di padre Enzo Fortunato, con prefazione dello scrittore Erri De Luca, ospitata nel pomeriggio di giovedì 5 novembre dalla libreria Ubik di Catanzaro. Un appuntamento che ha superato i confini della semplice presentazione letteraria, trasformandosi in un confronto sull’attualità del messaggio francescano e sulla sua capacità di interrogare le coscienze.
A dialogare con l’autore sono stati il diacono Mario Arcuri, direttore dell’Ufficio diocesano per le Comunicazioni Sociali dell’Arcidiocesi Metropolitana di Catanzaro-Squillace, e il giornalista Salvatore Condito. All’incontro ha preso parte anche Pasquale Mancuso, consigliere dell’Associazione Italiana della Comunicazione Pubblica ed Istituzionale, già coinvolto il giorno precedente nel convegno sull’etica e l’ecologia della comunicazione svoltosi a Stalettì. Due appuntamenti accomunati dall’attenzione al valore della parola, alla responsabilità del comunicare e alla centralità delle relazioni umane.
Un Francesco da riscoprire, oltre le immagini rassicuranti
Il Francesco raccontato da padre Fortunato non è quello addomesticato da una devozione superficiale, ridotto a un’immagine rassicurante o a un personaggio da celebrare nelle ricorrenze. È piuttosto un uomo che ha avuto il coraggio di mettere in discussione le logiche del possesso, del potere e dell’autosufficienza.
Per comprenderne la rivoluzione, ha spiegato il religioso, occorre partire dalla sua capacità di «abbattere la tensione del possessivo, del dire “mio”». Francesco ha scelto di vivere a «mani bucate», senza trattenere nulla per sé, trasformando la povertà in una straordinaria esperienza di libertà.
Non una rinuncia fine a se stessa, dunque, ma un modo diverso di abitare il mondo e costruire le relazioni. La sua autorevolezza non nasceva da un ruolo o da una posizione di prestigio, ma dalla coerenza tra le parole e la vita.
Richiamando il celebre invito attribuito a Gandhi, «Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo», padre Fortunato ha sottolineato come la testimonianza del Poverello continui a rappresentare una provocazione per una società nella quale spesso l’apparire prevale sull’essere.
Francesco non si è limitato a predicare il cambiamento: lo ha incarnato, accettando anche la solitudine e l’incomprensione, senza trasformare la propria sofferenza in risentimento verso gli altri.
I giovani non cercano prediche, ma testimoni
Uno dei passaggi più significativi dell’incontro ha riguardato il rapporto tra il messaggio francescano e le nuove generazioni.
«I giovani non sono vasi da riempire, ma fiaccole da accendere», ha ricordato padre Fortunato, richiamando un principio educativo che restituisce centralità alla persona e alla sua capacità di interrogarsi sul futuro.
In un tempo segnato dalla velocità della comunicazione, dalla fragilità delle relazioni e da un crescente analfabetismo affettivo, il problema non è semplicemente trovare parole nuove per raggiungere i giovani, ma offrire loro esperienze e testimonianze credibili.
La sensibilità verso la pace, la giustizia sociale e la salvaguardia del creato costituisce un terreno privilegiato di incontro tra l’universo giovanile e l’intuizione francescana.
Francesco non pretendeva di conquistare gli altri attraverso discorsi costruiti a tavolino. La sua forza era la vita stessa, capace di suscitare domande prima ancora di fornire risposte.
È una provocazione che riguarda anche gli adulti, gli educatori e la comunità ecclesiale: prima di chiedersi perché i giovani si allontanino, occorre interrogarsi sulla qualità delle relazioni e sulla credibilità delle testimonianze che vengono loro offerte.
Il lupo di Gubbio e la rivoluzione del perdono
Particolarmente suggestiva la rilettura dell’episodio del lupo di Gubbio, uno dei racconti più conosciuti della tradizione francescana.
Dietro la narrazione del lupo feroce che terrorizza la città si nasconde una lezione sociale di sorprendente attualità. Francesco non si limita a condannare la violenza dell’animale, ma cerca di comprenderne le ragioni, riconoscendo nella fame e nel bisogno le radici di un comportamento distruttivo.
La riconciliazione diventa possibile quando la comunità accetta di assumersi una responsabilità, superando la logica della contrapposizione.
È una prospettiva che parla anche al nostro tempo, nel quale il linguaggio pubblico sembra spesso alimentarsi della ricerca del nemico, della delegittimazione dell’altro e dell’incapacità di ascoltare.
In questo orizzonte padre Fortunato ha richiamato quella che ha definito «l’enciclica della misericordia di Francesco», riferendosi alla celebre Lettera a un ministro, nella quale il Santo consegna una delle pagine più radicali della spiritualità cristiana sul perdono.
Non si tratta di giustificare il male, ma di non identificare mai definitivamente una persona con il suo errore. Il perdono, nella visione francescana, non è debolezza né rinuncia alla giustizia: è la possibilità di interrompere la catena della violenza e riaprire una relazione.
Da Assisi a papa Francesco, un’eredità da custodire
Il confronto ha offerto anche l’occasione per tornare sulla figura di papa Francesco e sul significato della scelta del nome compiuta da Jorge Mario Bergoglio nel marzo 2013.
Un nome che racchiudeva già un programma: una Chiesa povera, vicina agli ultimi, capace di uscire dalle proprie sicurezze per incontrare le ferite dell’umanità.
Nel dialogo è emerso il legame profondo tra l’intuizione del Santo di Assisi e alcuni dei grandi temi del pontificato di papa Francesco: la fraternità universale, la custodia del creato, la misericordia, la cultura dell’incontro e l’attenzione alle periferie.
Non una semplice somiglianza di linguaggio, ma una comune convinzione: il Vangelo diventa credibile quando assume il volto della prossimità.
La memoria del Pontefice argentino ha attraversato l’incontro come una domanda rivolta al presente: quanto della sua eredità spirituale e pastorale siamo realmente disposti a custodire, al di là delle parole e delle commemorazioni?
Il richiamo alla figura di Bergoglio ha permesso di rileggere la radicalità francescana non come una suggestione appartenente al passato, ma come un criterio concreto per interpretare la missione della Chiesa nel mondo contemporaneo.
Comunicare come Francesco: uscire dai palazzi
Un ulteriore filo conduttore della conversazione ha riguardato la comunicazione, ambito nel quale l’esperienza francescana conserva una straordinaria modernità.
Francesco comprese che per raggiungere il cuore delle persone occorreva abbandonare linguaggi distanti dalla vita quotidiana. Scelse il volgare, le piazze, il canto e perfino l’espressività dei giullari, facendo della semplicità una forma alta di comunicazione.
Non cercava il consenso attraverso strategie sofisticate, ma costruiva relazioni. Prima ancora di parlare, si faceva prossimo.
Una lezione che interpella direttamente la comunicazione ecclesiale contemporanea, chiamata a superare il rischio dell’autoreferenzialità e a ritrovare la capacità di ascoltare, raccontare e condividere.
La questione, in fondo, non riguarda soltanto gli strumenti digitali o l’efficacia dei messaggi, ma la credibilità di chi comunica. Per Francesco, la parola aveva valore perché nasceva da una vita autentica.
In questa prospettiva, il confronto di Catanzaro si è inserito idealmente nel dibattito sull’etica della comunicazione sviluppato il giorno precedente a Stalettì, dove era intervenuto anche l’Arcivescovo Metropolita di Catanzaro-Squillace, S.E. Mons. Claudio Maniago.
Il punto di incontro tra le due riflessioni è la necessità di recuperare una comunicazione che non si esaurisca nella trasmissione di informazioni, ma sappia generare responsabilità, prossimità e relazioni autentiche.
Una domanda che resta aperta
La presentazione alla Ubik ha restituito così l’immagine di un Francesco tutt’altro che confinato nel Medioevo. Un uomo capace di parlare alle inquietudini del presente, di mettere in crisi le nostre certezze e di indicare percorsi possibili di fraternità.
Il libro di padre Enzo Fortunato non invita a immaginare nostalgicamente un ritorno del Santo, ma a chiedersi che cosa resti oggi della sua radicalità evangelica nelle scelte personali, nelle relazioni sociali e nella vita della Chiesa.
Forse è proprio questa la provocazione più forte emersa dall’incontro di Catanzaro: Francesco non ha bisogno di tornare per essere ascoltato. Siamo noi che abbiamo bisogno di tornare alla forza disarmante del suo Vangelo.
E allora la domanda iniziale cambia prospettiva. Non più soltanto «E se tornasse Francesco?», ma: se Francesco tornasse oggi, ci riconoscerebbe davvero come suoi fratelli?