Francesco Costa, responsabile del Servizio diocesano per la Pastorale giovanile dell’Arcidiocesi di Catanzaro-Squillace, racconta un’esperienza che lo ha portato a ripensare il significato della solidarietà, dell’incontro e della fede. Un viaggio dalla cattedra alle strade dell’Africa, dove anche chi parte per donare scopre di avere molto da imparare.
Dalla cattedra alla missione: quando la fede incontra la vita
Ci sono viaggi dai quali si torna con fotografie, ricordi e racconti. E ce ne sono altri che lasciano qualcosa di più profondo: domande che non si possono archiviare, incontri che cambiano lo sguardo e la consapevolezza che il mondo non finisce dentro i confini delle proprie certezze.
È quanto ha vissuto Francesco Costa, responsabile del Servizio diocesano per la Pastorale giovanile dell’Arcidiocesi di Catanzaro-Squillace, durante un’esperienza missionaria in Benin, realizzata con la Diocesi di San Marco Argentano-Scalea.
Un viaggio nato dal desiderio di mettere alla prova ciò che ogni giorno trasmette ai suoi studenti e ai giovani che accompagna nel cammino di fede. Non un’esperienza turistica, né la ricerca di un gesto eroico, ma la necessità di confrontarsi con una realtà capace di dare concretezza alle parole.
«Sul campo ho capito che la pedagogia vera comincia esattamente dove finiscono le nostre comode teorie», racconta Costa.
La missione è diventata così una scuola di umanità, nella quale il primo insegnamento è stato imparare a guardare il mondo dalla prospettiva dell’altro.
Essere straniero per comprendere chi arriva
Uno degli incontri più significativi è stato quello con la propria diversità. In Benin, Costa ha sperimentato cosa significhi essere riconosciuto innanzitutto per il colore della pelle.
«Sentirmi urlare “Yovo”, bianco, a ogni angolo mi ha smontato dentro: non ero più il prof con un nome e una storia, ma solo un’etichetta».
Un’esperienza che ha trasformato il disagio personale in una domanda rivolta alla società occidentale. Quanto spesso, anche nelle nostre comunità, chi arriva da lontano viene identificato attraverso la provenienza, il colore della pelle o la condizione sociale, prima ancora di essere riconosciuto come persona?
La missione ha permesso a Costa di sperimentare una condizione che molte persone migranti conoscono quotidianamente: sentirsi osservate attraverso una categoria, anziché accolte nella propria storia.
Ouidah e la memoria di una dignità negata
Tra i luoghi che hanno segnato il viaggio, Ouidah occupa un posto particolare. La città del Benin conserva una delle testimonianze più dolorose della tratta atlantica degli schiavi.
Percorrere la Via degli Schiavi e sostare davanti alla Porta del Non Ritorno significa confrontarsi con la memoria di uomini, donne e bambini strappati alla propria terra e privati della libertà.
Per Costa, quella visita è diventata un’occasione per interrogarsi anche sul rapporto tra l’Occidente e il continente africano.
La storia custodita in quei luoghi invita ad abbandonare ogni presunzione di superiorità e a riconoscere che l’incontro autentico non può nascere dalla convinzione di possedere sempre le risposte ai problemi degli altri.
È una lezione che riguarda la missione, ma anche il modo in cui le comunità cristiane si pongono davanti alle fragilità del mondo contemporaneo.
La solidarietà comincia dall’ascolto
L’esperienza africana ha portato Francesco Costa a riconsiderare anche il significato della solidarietà.
La disponibilità ad aiutare, da sola, non basta. Il rischio è quello di trasformare la generosità in una forma inconsapevole di paternalismo, nella quale chi dona continua a sentirsi al centro della relazione.
«Non sono qui per salvarti, sono qui per imparare ad ascoltarti».
In questa espressione si raccoglie uno dei passaggi più importanti della sua testimonianza. La missione non è soltanto portare qualcosa a chi vive in condizioni difficili, ma lasciarsi raggiungere dalla sua storia, riconoscerne la dignità e accettare che l’incontro possa cambiare entrambe le persone.
Una consapevolezza maturata soprattutto durante le visite agli orfanotrofi del territorio, attraverso gli sguardi dei bambini e l’incontro con situazioni di estrema fragilità.
Tra i ricordi più intensi rimane quello di una bambina appena nata, tenuta tra le braccia. Una vita agli inizi, fragile e preziosa, capace di restituire il senso di ciò che davvero conta.
In quei momenti, racconta Costa, titoli, programmi e sicurezze personali perdono importanza. Rimane la persona, con il suo bisogno di essere riconosciuta e amata.
Una Chiesa che canta e non ha paura della polvere
Anche l’esperienza liturgica ha lasciato un segno profondo.
Nelle celebrazioni vissute in Benin, Francesco Costa ha incontrato comunità nelle quali la fede si esprime attraverso il canto, il ritmo dei tamburi e una partecipazione intensa e corale.
Una Chiesa che celebra con tutto il corpo, nella quale la gioia della fede convive con le difficoltà della vita quotidiana.
Il confronto con le abitudini occidentali è stato inevitabile. Tornare a casa, dove anche un collegamento internet lento può diventare motivo di insofferenza, ha reso ancora più evidente la distanza tra il benessere materiale e la capacità di riconoscere ciò che è essenziale.
Non si tratta di idealizzare la povertà o di ignorare le difficoltà concrete delle popolazioni africane, ma di comprendere che la disponibilità di mezzi e risorse non coincide necessariamente con la pienezza della vita.
La missione ha così aperto una riflessione sul rischio di un’esistenza ricca di possibilità, ma povera di attenzione, relazioni e capacità di lasciarsi coinvolgere.
Tornare ai giovani con una fede che interroga
Il viaggio in Benin non si conclude con il ritorno in Italia. Per Francesco Costa, l’esperienza missionaria diventa parte del suo impegno educativo e pastorale, soprattutto nell’accompagnamento delle nuove generazioni.
Dalla scuola alla Pastorale giovanile, il desiderio è quello di trasmettere una fede che non si limiti a offrire risposte rassicuranti, ma sappia suscitare domande, aprire orizzonti e incoraggiare scelte concrete.
«Ai miei ragazzi oggi non voglio più raccontare una fede rassicurante e accomodante, ma un Dio che ti sconvolge i piani e ti chiede di rischiare».
È forse questo il frutto più significativo della missione: comprendere che l’annuncio cristiano diventa credibile quando attraversa la vita, incontra le persone e si lascia interrogare dalle loro storie.
Costa torna dal Benin con una consapevolezza che non intende perdere. L’incontro con la fragilità e la dignità dell’altro non può restare un’emozione passeggera, ma chiede di trasformarsi in responsabilità quotidiana.
Perché la missione non finisce quando si rientra a casa. Continua nelle aule scolastiche, negli incontri con i giovani, nelle comunità ecclesiali e in ogni occasione nella quale siamo chiamati a scegliere tra l’indifferenza e la prossimità.
Il Benin gli ha consegnato una lezione che ora desidera condividere: prima ancora di cambiare il mondo, la missione chiede di lasciarsi cambiare dall’incontro con l’altro.