Magnifica Humanitas tra intelligenza e intelletto

Il titolo sembra già un programma: Magnifica Humanitas. La prima enciclica di papa Leone XIV si configura come un testo sociale e antropologico, destinato a confrontarsi con le “cose nuove” del nostro tempo, a partire dall’Intelligenza Artificiale.

È bene sottolineare che l’espressione “Intelligenza Artificiale” è oramai entrata a far parte del linguaggio comune, recando con sé – come accade per tutti i neologismi – una carica semantica che è opportuno approfondire ed esplicitare, in tutte le sue implicazioni. Da questo punto di vista, se ci soffermiamo brevemente sul concetto d’intelletto veicolato da san Tommaso d’Aquino, ci accorgeremo che una tale locuzione è, quantomeno, impropria.

Papa Prevost, al n. 127 dell’enciclica, sostiene che «la tradizione cristiana afferma che l’essere umano non è chiuso nei confini della propria natura, ma è chiamato a trascendere sestesso»; proprio citando il Doctor Angelicus, parla di un «processo di elevazione e trasformazione [che] “supera la capacità della natura”, perché c’è una distanza infinita tra la nostra natura e la vita di Dio. Tuttavia, è possibile inserirci nel seno di quella vita inesauribile, anche mentre camminiamo tra i limiti di questo mondo. E chi rende possibile questo cammino può essere solo l’Infinito che si dona: è Dio stesso che supera la sproporzione “infinita”».

L’intelletto, infatti, secondo il Doctor Universalis, «è una potenza dell’anima» (S. Th., I, q. 79, a. 1, respondeo). L’intelligenza, invece, è l’atto stesso dell’intelletto, «che consiste nell’intendere […]. Così, dunque, l’intelligenza non si distingue dall’intelletto come una potenza [si distingue] da un’altra potenza, ma si distingue come l’atto dalla potenza» (S. Th., I, q. 79, a. 10, respondeo).

La potenza intellettiva, presente nell’uomo, gli dona la possibilità d’intendere (che resta invece preclusa agli animali, privi di ragione). Ma tale possibilità non viene sempre esercitata in atto (così come, ad esempio, la potenza visiva ossia la capacità di vedere ciò che è visibile, durante il sonno rimane inoperosa, pur essendo ancora presente nell’uomo). Così dicasi dell’intelletto: esso si identifica con la capacità che l’uomo ha d’intendere. Ma solo quando tale facoltà viene esercitata – quando cioè l’uomo intende in atto – è allora che egli usa la sua intelligenza.

Nelle parole dell’Aquinate, il discorso si fa chiaro e nitido: «l’intelligenza non si distingue dall’intelletto come una potenza [si distingue] da un’altra potenza, ma si distingue come l’atto dalla potenza». Due potenze, infatti, si distinguono dal fatto che producono due operazioni differenti; così come, ad esempio, si distingue la potenza visiva da quella uditiva. Dalla prima, invero, si sviluppa l’operazione della vista e dalla seconda quella dell’udito. Intelletto e intelligenza, invece, non sono due potenze diverse, poiché si riferiscono all’unica operazione dell’intendere. Essendo, dunque, unica la potenza, quella intellettiva, la distinzione si pone su un altro piano che è quello che concerne la potenza e l’atto, in quanto l’intelletto è la possibilità d’intendere gli intelligibili, mentre l’intelligenza è l’intendimento in atto di ciò che è intelligibile.

L’intelligenza, quindi, consiste nell’uso (in atto) della potenza intellettiva. E questo uso è sempre una conseguenza della decisione volontaria dell’uomo. Tra le diverse accezioni del termine “usare”, l’Aquinate annovera la definizione agostiniana, secondo cui: «“Usare è assumere qualcosa nella facoltà della volontà”; cioè nel senso che operiamo intorno a ciò che usiamo ad arbitrio della volontà. […] Ora, l’usare indica l’esecuzione di ciò che è stato ordinato al fine non secondo l’atto proprio di qualcuna delle facoltà motrici, ma in comune, presupposta l’ordinazione al fine. Per cui è un atto della volontà, che è il motore universale delle facoltà secondo l’ordine della ragione»(Commento alle Sentenze di Pietro Lombardo, Libro primo, distinzione 1, q. 1, art. 2, solutio). Per cui è attraverso un atto della volontà che avviene il passaggio, sempre in vista di un fine, dall’intelletto all’intelligenza.

Già soffermandoci soltanto su questi due aspetti della speculazione filosofico-teologica dell’Aquinate, comprendiamo chiaramente come e perché sia inadeguato parlare di “Intelligenza Artificiale”. Se l’anima è la forma del corpo e l’intelletto è una potenza dell’anima e l’intelligenza è l’atto della potenza intellettiva, effetto sempre di una deliberazione volontaria, parlare adeguatamente di Intelligenza Artificiale in riferimento alle macchine, significherebbe riconoscere ad esse, in un modo o in un altro, un corpo, un’anima, un intelletto e, infine, una volontà dalla qualefluirebbe l’intelligenza. Ma ciò non è possibile, in quanto tutte queste cose si predicano soltanto dell’essere umano. Ecco perché già partendo da una sana filosofia, l’unione dei due termini in oggetto, stride.  

Nicola Rotundo