C’è una parola che bussa alla porta del cuore, oggi più che mai: “conversione”. Ma non quella che nasce dalla paura o dall’obbligo. Parlo della conversione vera, quella che si accende nel petto quando si smette di voltare lo sguardo altrove. È quella che ci ha chiesto, con voce profetica e coraggio evangelico, il Cardinale e Arcivescovo di Napoli, Mons. Domenico Battaglia, in un discorso che è già vangelo vissuto, carne ferita che grida giustizia.
Le sue parole – chiare, appassionate, intrise di compassione e verità – ci pongono tutti davanti allo specchio del Vangelo. Un Vangelo che, come ha ricordato con forza, non fa sconti alla realtà: smaschera l’ipocrisia, rifiuta la retorica, condanna ogni calcolo che ponga il profitto sopra la persona.
La bestemmia del nostro tempo
Eccola, la grande bestemmia del nostro tempo: pensare che la vita valga meno di un equilibrio geopolitico. Che il pianto di un bambino in un rifugio antiaereo sia un “danno collaterale”. Che la madre che scava tra le macerie cercando un peluche sia solo un’immagine da telegiornale. Che i chirurghi che operano al buio, tra le bombe, siano solo “interferenze strategiche”.
No, fratelli e sorelle. Questa è disumanità, ed è incompatibile con il Vangelo. Lo gridava Francesco d’Assisi nella sua nudità disarmata, quando andava incontro al Sultano, testimoniando che la pace non si costruisce con le crociate ma con la prossimità. Lo gridano i poveri, ogni giorno, nei silenzi delle periferie, nelle sale d’attesa degli ospedali, nei campi profughi dove si dorme con la speranza come cuscino.
L’unico linguaggio accettabile: l’amore che si fa gesto
Il Cardinale Battaglia ci ha ricordato che l’unica strategia accettabile per un cristiano è la cura, l’unico linguaggio che il Vangelo riconosce è quello dell’amore che si fa gesto, abbraccio, pane condiviso.
La guerra è sempre una sconfitta dell’umano, prima ancora che una tragedia politica. E quando l’umano muore – come ha detto l’Arcivescovo – non muore solo sotto le bombe, ma muore anche quando il valore della vita viene tradotto in utile economico.
Che fare? La missione del popolo di Dio
E allora? Che fare? Noi, popolo di Dio, abbiamo una missione: spezzare l’indifferenza con gesti concreti. La pace non nasce nei grandi summit, ma nei piccoli sì quotidiani. Quando il nostro salotto si allarga per accogliere. Quando la pentola raddoppia perché ci sia un piatto anche per chi ha fame. Quando il nostro passo rallenta per camminare con chi è stanco.
Dobbiamo tornare a essere seminatori del Vangelo, anche se il mondo ci chiama ingenui. Perché il seme di senape, piccolo e invisibile, diventa albero. Così la pace. Così l’umanità.
Che non ci spaventi essere minoranza. Che non ci scoraggi il silenzio delle istituzioni o la durezza dei potenti. Ci basti sapere che ogni gesto d’amore è già resistenza al male.
E mentre i titoli di borsa salgono sul dolore, noi scegliamo di investire sull’umano. E mentre gli strateghi contano i proiettili, noi contiamo gli abbracci.
Perché, alla fine, non resteranno le bandiere né i proclami. Resterà solo la domanda che pesa come il giudizio di Dio:
“Ho salvato o ho ucciso l’umanità che mi era stata affidata?”
Preghiera francescana per la pace
Signore, fa’ di me uno strumento della Tua pace:
dove ruggisce la guerra, io porti il silenzio che ascolta.
Dove si decidono le sorti dei popoli, io ricordi il volto dei piccoli.
Dove si innalzano muri e strategie, io costruisca ponti di fiducia.
Insegnami, Signore, a seminare tenerezza
dove il potere semina paura.
A spezzare il pane dove il mondo divide.
A camminare scalzo sulle ferite della storia,
come Francesco, disarmato e lieto,
perché nulla è più forte dell’Amore crocifisso.
E se verrà la notte, fa’ che io non spenga la lampada.
Se verrà il pianto, fa’ che io resti accanto.
Se verrà il fuoco dell’odio, fa’ che io sia rugiada.
E quando il mondo dirà: “È inutile”,
ricordami, Signore,
che anche il seme più piccolo può cambiare la terra.
Amen.
Diacono Vittorio Politano